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Gioielli da “scartare”
Scritto da di Manuela Fragale , 03-11-2008 19:10
Pagina vista 1796

Da Corigliano alla Grande Mela, contando su fantasia, tenacia e competenza. Fino a raggiungere il successo nel design orafo con la creazione di gioielli ecologici. Patrizia Iacino racconta come ha tramutato un sogno in realtà.

 

Dalla natia Calabria a Firenze, la città nella quale hai conseguito la laurea in Architettura, a New York, dove lavori. Cosa ti ha spinta a seguire questa traiettoria?

La voglia di allargare i miei orizzonti e conoscere nuove culture.  Firenze aveva iniziato a starmi stretta già dagli ultimi anni di università e quando, come regalo di laurea, ho fatto il viaggio a New York, mi sono detta che ci sarei ritornata non da semplice turista ma per viverci e lavorare. Così è stato.

 Quando hai pensato di cimentarti nella produzione di gioielli?
Ero arrivata a New York da circa due mesi, non conoscevo nessuno, al ritorno a casa dal lavoro mi aspettava una brutta sorpresa: i ladri avevano rubato tutti i miei gioielli. Tutto il mio passato era sparito. Dopo i primi pianti mi sono tirata su e mi sono detta che i gioielli li avrei fatti con le mie mani. Ho seguito vari corsi in scuole di gioielleria a New York e poi ho svolto un anno di praticantato nel laboratorio di un amico.
Come è nata l’idea del gioiello realizzato con materiale riciclato?
Ho voluto abbinare il concetto del riciclo – il materiale che si usa nel riciclaggio è materiale ormai ritenuto inutile – al concetto di “importanza”. La plastica e l’argento, i rifiuti e gli oggetti preziosi, l’oggetto da cestinare e l’oggetto da “far vedere”, in una sola parola, immaginare il vecchio ed il nuovo che si intrecciano dando vita ad un gioiello. Penso e vedo i miei lavori come oggetti d’arte: i miei gioielli sono tutti fatti a mano e nella maggior parte dei casi sono pezzi unici, da qui l’esclusività. L’oggetto riusato viene impreziosito proprio grazie all’accostamento con argento, pietre e perle preziose (la collezione del Museum of Arts and Design in New York City, per esempio, va da circa 150 a 1700 dollari). In un futuro mi piacerebbe anche usare altri metalli, quali oro e platino, e pietre preziose.
Quali tecniche e quali materiali preferisci usare?
Le tecniche sono varie, mi piace sperimentare. Per quanto riguarda i materiali: i colori, la forma, l’attenzione per oggetti che altri non usano, immaginando ogni volta come riusarli, mi hanno stimolato a collezionare per anni, tra le altre cose, i tappi del latte americano (quello dei galloni). Ho creato la mia prima collezione, Milk Cap, abbinando i tappi all’argento. Poi ho sperimentato l’utilizzo dei contenitori delle lenti a contatto, abbinandoli all’argento e alle perle grigie di fiume: ne è nata la collezione EYE che è ora in vendita al negozio del Museum of Arts and Design. Dopo i tappi della birra e dell’acqua minerale, usati nella collezione H2O, e gli elastici che tengono insieme le verdure, usati nell’anello SAL, sono sempre alla ricerca di altre “scorie” riutilizzabili.
Chi indossa le tue creazioni?
I gioielli GlobalcoolO, ironici e irriverenti come la pronuncia italiana suggerisce, possono andare bene per tutte le età e per le tutte persone che hanno una certa sensibilità verso l’ambiente, il riciclo, e che soprattutto vedono i miei lavori come oggetti d’arte. Spero con GlobalcoolO e con la linea “classica” Patrizia Iacino Gioielli di coprire una sfera ancora più ampia. Non resta che dare uno sguardo al sito www.globalcoolo.com  

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