A PROPOSITO DI “CALABRIA, TERRA MIA”. E NON SOLO

Doveva essere un giorno bello quello della presentazione al Festival del cinema di Roma del cortometraggio Calabria Terra mia, fortemente voluto dalla nostra Presidente (mi piace parlarne al femminile e al presente) Jole Santelli e affidato al regista romano Muccino, “il regista dell’amore”.

Doveva essere un giorno bello, su cui erano ricadute tante attese. Ma invece, come spesso avviene per le cose troppo attese, si è vestito di tanta tristezza. La prima per l’assenza, ineluttabile, della nostra prima donna presidente e per quelle rose che in questi giorni stanno occupando il suo posto in varie sedi ufficiali, a partire dal seggio parlamentare. Delicatezza e malinconia profonda. La seconda per la pioggia di critiche senza appello che il mondo calabrese, intellettuale e popolare, sta riversando sul filmato, in una rincorsa a chi ne dice di più, a chi avrebbe fatto diversamente e meglio, a chi si sente più offeso, a chi si offre di rifarlo o addirittura bandisce un concorso per migliorarlo, o a chi ne fa la parodia più divertente.
Eccola la giostra calabra che riprende la sua sterile, interminabile corsa, che fa male solo a noi stessi. Che se pure ci fosse la possibilità che una cosa riesca bene, o vada discretamente, noi siamo bravissimi a distruggerla prima, auto compiaciuti in questa gara di intellighentia. Peccato che con tutte queste capacità la Calabria sia, da decenni ormai, ancora al palo!!
Appena tre giorni si è bloccata la nostra giostra preferita. Tre giorni in cui la Calabria tutta sembrava essersi fermata attonita, a recitare, insieme, diffusi mea culpa per non aver colto le “visioni” e l’approccio alla politica, alla vita (e alla morte) di chi ci ha governato fino ad appena due settimane fa; tutti, “dopo”, ad elogiare e ricostruire il profilo della battagliera che ha provato a parlare un linguaggio diverso per la sua e nostra Calabria; tutti a restituire spessore e giustizia a colei che era stata bollata come inopportuna danzatrice di tarantelle; quei passi leggeri e ribelli che, con gli occhi di poi, abbiamo letto come esorcizzazione della malattia, del dolore, di chi ha lottato, a ritmo di metaforici tamburelli, con un cavaliere che non perdona; che non ha perdonato, ma che forse lei ha battuto, nonostante tutto.
Ma tutti quei commenti di commozione, tutti i post profondi dei tanti leoni ammansiti, erano davvero frutto di riflessione e revisione profonda o, come i tanti buoni propositi (in primis quelli della prima quarantena, quando tutti predicavamo che avremmo cambiato il nostro approccio alla vita), erano anche quelli solo autocompiacimenti? I leoni delle tastiere calabre sono cambiati o si stavano solo rifacendo le unghie per tornare più accaniti di prima?
Sì, perché, in tutta onestà, non so trovare altro termine, se non accanimento per questa rincorsa ai commenti che stanno ricoprendo di veri e propri insulti il filmato “Calabria, Terra mia”, in mezzo ai quali, ogni tanto, compare timidamente qualcuno che ci prova o ci proverebbe ad esprimere qualche nota positiva, non senza la preoccupazione di diventare a sua volta destinatario degli stessi accenti riservati agli autori e committenti del cortometraggio: ignoranza, superficialità, pressappochismo, banalità, scarsa originalità, se non calco, parzialità, non professionalità. E su tutti campeggia la mancanza di rispetto e di autenticità verso una Calabria che è altro, è molto di più, che non è più.
L’ho visto più e più volte il filmato; sul piccolo schermo del mio cellulare, da sola, e anche proiettandolo su uno schermo grande, con buone casse foniche, in penombra e silenzio, e, volutamente, insieme a persone di tipologia diversa, per età e caratteristiche.
Anche io non ne sono rimasta entusiasta, né del tutto soddisfatta, ok. Ma la disfatta non credo si possa dire totale. Ma il punto è che non trovo deontologicamente corretto dichiararla tale e in questi termini né socialmente utile tanta furia.
Tra i banchi di scuola proviamo ad insegnare agli studenti che un’opera, di qualsiasi livello e linguaggio, non si licenzia con un affrettato, banale e superficiale giudizio, né di facile elogio, né di complessiva bocciatura; ma si studia con metodo e sistematicità, dandosi criteri e livelli di osservazione analitica, per poi arrivare anche ad articolare un giudizio di sintesi personale, emotivo, contestuale; sempre valido, purché fondato e argomentato. E’ quell’ermeneutica consapevole, tanto cara ad Umberto Eco, che da educatori ambiamo a far diventare habitus mentale del cittadino.
Ma educare al pensiero critico (cosa che il mondo adulto, scolastico e non, deve provare sempre a fare verso le nuove generazioni) non significa, a scanso di equivoci, crescere come “criticoni”, disprezzare tout court, sempre e tutto; non significa indossare, presuntuosamente, abiti da censori, sentendosi sempre legittimati a parlare tutti di tutto. Questo è un atteggiamento fin troppo diffuso ai giorni nostri, in tutti gli ambiti: siamo tutti medici, professori, amministratori, ingegneri, genetisti, registi… e, nel fare ciò, costruiamo un modello di società che non sa più cosa sia il rispetto (anche per le istituzioni), non conosce la moderazione e, in nome di una presunta libertà di pensiero e parola, non conosce più il senso del sacrificio, l’impegno, la gradualità, l’umiltà; non sa dialogare. Quindi, non sa crescere.
Il verbo criticare, come il sostantivo crisi (altra parola da riabilitare!) derivano entrambi dal greco κρίνω (crìno), che poi in latino diventa cerno, ossia distinguere, separare, dividere. Il senso materiale, poi applicato alla logica, deriva dalla pratica del setacciare, pulire il grano e i suoi derivati, distinguendone le parti tra quelle più nobili e quelle di scarto, per dare ad ognuna una diversa destinazione. Non a caso nel nostro dialetto si chiama “CRIVU” l’antico setaccio delle nonne, brave a distinguere il buono dal cattivo, con la pazienza e la saggezza di chi ha sempre saputo che non è mai tutto buono o tutto cattivo, ma occorre separare per non buttare alle ortiche quel che c’è di buono o non far passare per nobile il cibo per i porci.
Solo en passant, perché mi sta a cuore più il principio, che non l’argomento in questione, e poi perché vorrei evitare di allungare il coro dei commenti sul filmato affidato dalla Santelli a Muccino, qualche disorganica osservazione.
La prima evidenza.
Non si tratta né di uno spot, altrimenti sarebbe stato presentato in un evento turistico, e non cinematografico,e non sarebbe certo durato sei minuti; e non è un documentario. Perché mai pretenderne esaustività?
E’ un cortometraggio, che pertanto procede per sintesi ed ellissi, e rappresenta una ministoria ambientata in Calabria: emigrazione, nostalgia per le radici, appartenenza emotiva, memoria sensoriale, desiderio di condivisione con la persona amata e riscoperta della propria terra con lei. Narrazione implicita o apprezzabile solo nelle parole della voce fuori campo, poiché i dialoghi… peccato!
Questa produzione, mi è parso di capire, voleva essere un punto di partenza di un progetto complessivo che alle produzioni cinematografiche girate nella nostra regione affida la speranza di poter trovare nuovi canali, nuovi linguaggi e nuovi racconti per un diverso immaginario sulla nostra realtà. Proprio ieri, nell’ultima fiction Rai, il nostro dialetto rimarcava i contorni del solito assioma: Calabria/’ndrangheta!
L’epoca di ambientazione è imprecisata e presumibilmente passata; perché mai annotare che non rispetta la situazione odierna? Avrebbe dovuto? Se fosse, non mi dispiacerebbe affatto, per certi versi!
E’ una Calabria generica e aspecifica? O una Sicilia minore, come ho letto da qualche parte? Bah, è senz’altro un volto della Calabria quello che si vede, ma certo può anche essere Sud in generale.
Ma in verità, da mia piccola esperienza, per la maggior parte dei turisti stranieri non c’è Calabria, Basilicata, Puglia. C’è il sud Italia e in esso quei brands che si sono affermati a prescindere dalla regione di appartenenza: il Salento, per esempio, o i Sassi di Matera, negli ultimi anni. Sicuro che sappiano che questi siano in Lucania? Il turismo non parla il linguaggio del confini politico-amministrativi; siamo Sud, siamo Mediterraneo, al più siamo Sila, Pollino, Ionio, Tirreno. Nessun nome regionale che non sia associato a marchi evocativi. E sarebbe ora di saperli riconoscere i nostri; costruirli, investirci e comunicarli, in maniera sistematica e continua.
In questi sei minuti, pur se concordo che siano stati in parte sprecati in insistite smancerie da fotoromanzo, passa, comunque, l’immagine di una terra di cui per la prima volta si fanno vedere degli indiscutibili punti di forza. C’è il calore, la sensualità e la bellezza (non solo degli attori), e, accanto al mare e ai tramonti (come tacerli?), ho molto apprezzato una lunga panoramica sui campi di grano mietuti con le romantiche balle rotonde che riposano su sinuose colline dorate da cui, a distanza, si vede un borgo arroccato; una piacevole ripresa dall’alto di fertili e ordinati uliveti con stradine lungo cui passeggiare o pedalare; agrumeti (finalmente!!!) vissuti da dentro come percorsi sensoriali; maestosi casali rurali come luoghi di ospitalità antica, calorosa; paesi dai palazzi nobiliari, raffinati ed eleganti, in piazze fiorite popolate di allegria ed osterie, contornate da semplicità e lentezza.
La Calabria non è solo questo? Certo, ma è anche ora che si ragioni davvero, con serietà, su un nuovo racconto della nostra latitudine.
Per una vita ho visto sui manifesti della Regione Calabria sempre gli stessi fotogrammi, assurti a simbolo di un’intera regione, facendo comunque torto a tanti altri a cui solo di recente si sta timidamente riconoscendo il diritto di albergo e su cui solo pochi stanno iniziando ad aprire gli occhi.
Ma vogliamo provare a rifarla una riflessione nuova e coraggiosa sugli asset della Calabria?
Di storia, arte, musei e monumenti -diciamocelo!- ne è piena l’Italia intera, grazie al cielo. E, invece, la nostra articolata biodiversità, i nostri enormi spazi e paesaggi in buona parte ancora incontaminati, i nostri cieli azzurri di giorno e stellati di notte, la nostra unica vicinanza tra mare e montagna con una sinuosa fascia collinare tutta da riscoprire e valorizzare, il nostro calore climatico e umano, i nostri sapori e profumi intensi… questo, insieme a tanto altro ancora da scrivere (sullo sfondo, certo, di una secolare cultura e sorprendente arte!), non potrebbe essere che valgano più dei singoli, sebbene prestigiosi, vessilli di storia e nobiltà di cui gli intellettuali si sentono fieri detentori e con cui finora abbiamo forse provato a raccontare la Calabria? E’stato efficace?
Posso confessarlo? Quando pianifico un viaggio, specie se con i miei bambini, o con il mio amore, non guardo quanti musei e quanti monumenti ci siano in una località, ma che atmosfere e che qualità di vita alternativa mi offra quella meta, che esperienze mi fa vivere, come mi fa sentire. Un nostro validissimo giovane ha detto, poco tempo fa, che la vera identità da riscoprire della Calabria è la sua anima ancora selvaggia; selvaggia come la Scozia. Così ha detto.
Il piccolo film di Muccino può piacere o meno e io non intendo certo costruirne una difesa: solo lanciare alcuni piccoli spunti di riflessione, sociologico-educativo in primis, politico-turistici in seconda battuta.
Perdonerei pure, al regista romano, di aver unito gli agrumi e i fichi: anche Leopardi aveva messo in braccio alla donzelletta un mazzolin di rose e viole, in ossequio (certo!) di quell’idea meravigliosa di poesia vaga, di non realismo, che tanto contrasterà col rigore botanico del Pascoli.
Ringrazierei, infine (non ho letto nessuno farlo), il maestro Paolo Buonvino per aver tessuto delle musiche degne del suo nome, che accarezzano tutto il “nastro” e hanno gran parte nella costruzione di qualche emozione che, messe da parte le nostre tante sovrastrutture, credo possa arrivare allo spettatore ingenuo (per tornare ad Umberto Eco), sempre che noi calabresi “sperti” non lo impediamo del tutto, arrivando prima e saturando tutto lo spazio mediatico con infinite e colte critiche, che molto poco varranno ad attirare turismo o a migliorare la nostra immagine all’esterno, ma di certo hanno corroborato (eccome!) il compiacimento di far girare la nostra solita, improduttiva, giostra. Non è questo quel che conta?
Alessandra Mazzei
 

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