RAI fiction e Avati segnalati alla Commissione parlamentare di vigilanza RAI

Lo scorso lunedì 7 dicembre è andato in onda, in prima serata su RAI 1, il film TV “Le nozze di
Laura”, diretto da Pupi Avati. La fiction, prendendo a pretesto l'episodio evangelico delle Nozze di
Cana, ha fatto ampio sfoggio dei più esasperati pregiudizi nei confronti della Calabria. Le Calabresi
sono rappresentate come donne prive di cultura, d'intelligenza, di avvenenza, di capacità e di
aspirazioni che esulino dalla ricerca di un uomo ricco e non calabrese che ne migliori la condizione
economica, sociale e intellettuale.

Gli uomini sono dipinti come rozzi, retrogradi, opportunisti,
razzisti e trogloditi, privi di qualsiasi barlume di intelligenza, incapaci del minimo gesto di umanità e di
affetto, quasi delle belve. Messe in ridicolo pure le tradizioni familiari e gastronomiche dei Calabresi.
Il regista ha rappresentato una Calabria che non esiste, salvo nell'immaginario di qualche leghista della
peggior specie. I Calabresi sono stanchi di finanziare una televisione pubblica che al momento
opportuno aziona contro di loro la macchina del fango. Di seguito la lettera inviata alla Commissione
parlamentare di vigilanza RAI per segnalare i contenuti discriminatori, antimeridionali e sessisti
veicolati all'interno della fiction diretta da Pupi Avati.
OGGETTO: contenuti discriminatori e sessisti del film di Pupi Avati “Le nozze di Laura”
Egregio presidente,
con sgomento e incredulità i cittadini dell'Alto Jonio Cosentino hanno assistito lunedì 7 dicembre alla
messa in onda della fiction RAI dal contenuto fortemente discriminatorio, antimeridionale e sessista
“Le nozze di Laura”. La pellicola girata da Pupi Avati ha riproposto, sotto le mentite spoglie di
un'elaborazione in chiave moderna dell'episodio evangelico delle Nozze di Cana, la messa in scena di
un considerevole arsenale di pregiudizi e volgari falsità nei confronti della Calabria in generale e
dell'Alto Jonio in particolare.
La fiction è incentrata sulla figura di una protagonista il cui ruolo è stato conformato al modello
becero-leghista della donna adulta calabrese che, non riuscendo a conseguire neanche il diploma,
viene spedita a Roma dalla famiglia perché trovi un marito ricco alle cui spalle vivere tutta la vita. Il
film, così congegnato, ha inteso inculcare nel grande pubblico l'idea che le ragazze calabresi,
prevalentemente ignoranti e non scolarizzate, emigrino non per procurarsi quel diritto allo studio o al
lavoro che viene loro puntualmente negato nella propria terra, ma alla ricerca di un uomo che le sfami
e le renda “meno sceme” di quello che sono. Il regista mette in bocca alla protagonista per ben due
volte queste parole: “mi hai reso pure meno scema!” in un tripudio di mortificazione, sessismo e
nichilismo in cui la DONNA, COLPEVOLE di essere incinta di un uomo veronese che l'aveva
“usata e gettata” attratto dalle sue estrose scarpe e non dalla sua persona, augura al suo fidanzato,
conosciuto dopo essere rimasta incinta, di trovarsi una donna bella, intelligente e pure alta.
Come se non bastasse, il razzismo antimeridionale del regista si spinge fino a tratteggiare ipersonaggi di contorno con pennellate a dir poco medievali. Il padre e la madre accolgono con stizza
il ritorno della figlia a Rocca Imperiale a mani vuote, e cioè senza un marito. La puniscono
costringendola a lavorare nell'azienda agricola di famiglia, facendole sperimentare quella stessa
esperienza di sfruttamento degli immigrati cui la famiglia benestante deve tutta la sua ricchezza.
Inoltre la ragazza, ad un certo punto, viene approcciata da un uomo sulla settantina che, rimasto
vedovo, la domanda in sposa omaggiandola di una collana pacchiana (che sta a significare il cattivo
gusto dei Calabresi! Come se Versace fosse altoatesino!!!). La famiglia incoraggia la ragazza ad accettare
la proposta, ma questa si rifiuta dichiarandosi innamorata di un ragazzo africano che lavora come
operaio nell'impresa agricola di famiglia.
La sceneggiatura, ingenua, goffa e surreale, racchiude in sé ogni singolo pregiudizio discriminatorio
formulato da centocinquant'anni a questa parte nei confronti dei meridionali, quasi ci sia un archivio
nazionale segreto nel quale vengono annotati uno per uno, e poi tirati fuori all'occorrenza.
La protagonista, la famiglia e tutti i personaggi di contorno, che parlano un dialetto che non è certo
quello dell'area Lausberg (dialetti calabro-lucani dell'area Jonica), sono tratteggiati come rozzi,
retrogradi, opportunisti, razzisti e trogloditi, privi di qualsiasi barlume di intelligenza, incapaci del
minimo gesto di umanità e di affetto, quasi delle belve. Persino nella cucina tipica sono dipinti come
rozzi e disgustosi: al padre della protagonista vengono regalati CIOCCOLATINI ALLA 'NDUJA
(salame di maiale spalmabile), il che è una palese presa per i fondelli della cucina dei Calabresi che,
secondo il regista emiliano, metterebbero il grasso di maiale anche nel ripieno dei cioccolatini.
In tutto i Calabresi vengono mortificati nel corso del film, anche nell'attaccamento ai propri avi. In
casa della protagonista, sul soffitto della sala da pranzo, sono dipinti quadri che raffigurano i suoi
antenati, disposti secondo modalità che mai si sono viste nelle case di Calabria, né altrove. L'artificio
elaborato dal regista è volto a ridicolizzare quella “corrispondenza d'amorosi sensi” che secondo uno
dei più grandi poeti italiani, “celeste dote è negli umani”, mentre per il regista la memoria e il legame
affettivo con i propri nonni, bisnonni, trisavoli e antenati è una delle tante cadute di stile dei
meridionali.
È chiaro che si è trattato di un lavoro su commissione. C'è solo da capire chi possa mai essere il
committente di questa miserabile “opera” tesa a gettare fango sulla Calabria. Pupi Avati nulla ha da
guadagnare - a parte il fiume di denaro pubblico che è costato questo film prodotto “in famiglia” dal
fratello Antonio Avati - in termini di prestigio sul piano nazionale e internazionale. Sul piano
nazionale, tra l'altro, con questa operazione ha perduto irrimediabilmente una fetta di pubblico, il che
per lui non potrà che essere svantaggioso, reduce com'è da un clamoroso flop al botteghino con il suo
ultimo film “Un ragazzo d'oro”, le cui sorti neanche la partecipazione di Sharon Stone è valsa a
sollevare. Inoltre, con quest'opera dall'indiscutibile tenore maschilista e antimeridionale, si è
consacrato definitivamente come regista di regime e rischia di essere ricordato dalle generazioni future
- che questo regime tra non molto seppelliranno - solo per questa miserevole pellicola, che oscura i
barlumi di poesia innegabili nelle opere in cui gli è stato permesso di conservare la sua onestà
intellettuale.
Considerato che questa pellicola non potrà che essere fonte di imbarazzo per Pupi Avati, se ne
deduce che il regista sia stato precettato da qualcuno. Ma da chi? La risposta, per quanto amara, è unasola: dai poteri forti che hanno fatto l'Italia Unita e che, con le solite e collaudate tecniche di coazione
psicologica, tengono insieme popolazioni differenti vessando i meridionali e circondando di privilegi
gli abitanti delle aree settentrionali e delle regioni rosse.
L'Italia è madre benevola per alcuni, matrigna crudele per altri. È una famiglia retrograda, in cui i
figli di sangue sono trattati amorevolmente, ricevono attenzioni, elogi e premi anche quando non lo
meritano, mentre i figli acquisiti sono disprezzati, reietti, mortificati, costretti a subire immeritati
castighi e “severe lezioni”. Ovviamente dietro le severe lezioni impartite dallo Stato italiano ai
cittadini del Sud è sottesa la necessità di perpetuare in questi la condizione di sottomissione e
subalternità, perché rimangano per sempre servi in casa propria come in casa d'altri. A questo servono
le misure lacrime e sangue imposte dai Governi alle regioni del Sud. A questo serve la macchina del
fango azionata dalla RAI in questi ultimi mesi (da Giletti a Pupi Avati). Chi più dei Calabresi e di tutti
i meridionali da un secolo e mezzo paga i debiti dello Stato italiano con il proprio sudore, le proprie
lacrime e il proprio sangue? Chi più dei cittadini del Meridione ha fatto la fortuna dell'Italia,
dell'Europa e dell'America, rimettendoci letteralmente qua e là qualche arto del proprio corpo o la vita
stessa (vedi Marcinelle) per far più belle e ricche le terre altrui? Alla luce di tali considerazioni, la
macchina del fango mai dismessa nell'ultimo secolo e mezzo dalle istituzioni italiane risulta ancora più
spregevole e odiosa.
La fiction RAI “Le nozze di Laura” rientra nel genere più praticato dalla filmografia e dall'editoria
italiana: il genere “coloniale”; quel genere utile a mortificare e privare dell'autostima i popoli del Sud
impedendo loro di darsi il giusto valore e di alzare la testa, il che è la condicio sine qua non perché
l'Italia stia assieme e il Sud resti una colonia statale interna da spolpare, permettendo ai poteri forti e
alla casta di imperversare.
Il sacrificio di un regista come Pupi Avati sull'altare della patria, in un certo senso lusinga l'Alto
Jonio, perché è segno evidente che è proprio dalle nostre parti che il “sistema” avverte cedimenti
tanto preoccupanti da mobilitare l'intero repertorio di pregiudizi di cui questo paese malato dispone.
Armi queste oramai spuntate e prive della loro portata afflittiva nei confronti di un popolo che inizia
ad alzare la testa e ad ottenere vittorie decisive nei confronti dello Stato tiranno, come nel caso della
sentenza del Consiglio di Stato per la riapertura dell'ospedale di Trebisacce, il centro principale
dell'Alto Jonio. Questa vittoria deve aver impensierito non poco il Governo italiano, così come la
cacciata del commissario Scura dalla piazza principale dello stesso paese nel corso di un consiglio
comunale all'aperto, durante il quale il Commissario alla Sanità calabrese – nominato dal Governo con
il preciso scopo di negare ai Calabresi il diritto alla salute – è stato allontanato in malo modo dalla
popolazione infuriata. Il fatto poi che a risvegliarsi sia un territorio che all'indomani dell'Unità d'Italia
veniva identificato come la provincia più ribelle d'Italia (come riportato dai documenti conservati
nell'archivio di Stato di Cosenza), avrà gettato ancora più fondatamente nel panico i poteri forti. Forse
qualcuno vuol farci pagare lo scotto di questa ritrovata reattività? Deve essere proprio per scongiurare
il risveglio definitivo della popolazione che il servizio pubblico mette mano a questi escamotage
mortificanti. Una sorta di lavaggio del cervello dei destinatari e di “riprogrammazione” sociale delle
aree interessate.
È da tenere presente, inoltre, che l'attacco più feroce è stato sferrato ai danni delle DONNECALABRESI. Ad esempio la zia della protagonista sogna gli occhi azzurri e i capelli biondi, il che è
un tentativo di far leva sull'oramai superato complesso d'inferiorità in quanto a bellezza delle donne
mediterranee rispetto alle nordiche. La ragazza, a sua volta, si complessa per via dell'altezza, si fa
succhiare le dita (neanche gli sceneggiatori de “Il Segreto” hanno la mano così pesante) dal primo che
incontra e che apprezza di lei solo le scarpe, concedendosi a lui perché è il primo che le passa dopo
tanti anni il convento, pur di avere un uomo per sé. Il miracolo delle Nozze di Cana consiste proprio
nel fatto che la protagonista riesca a farsi sposare da qualcuno, malgrado sia incinta di un uomo che
non sa come rintracciare e malgrado si ritenga e sia ritenuta da tutti brutta, bassa e “scema”.
Ovviamente, nell'intenzione malcelata del regista, le donne del film sarebbero il prototipo di tutte le
Calabresi, prive di cultura, di intelligenza, di avvenenza, di capacità e di aspirazioni che esulino dalla
ricerca di un uomo ricco e non calabrese che ne migliori la condizione economica, sociale e
intellettuale (la protagonista non riesce nell'impresa e per ripiego s'innamora di un principe africano,
che lavora come operaio nell'azienda di suo padre). Ci si chiede dove siano le femministe in Italia
quando ad essere discriminate sono le donne del Sud!
Quanto all'attacco rivolto alle famiglie meridionali, in particolare con riguardo alla scena in cui i
genitori della protagonista sarebbero pronti a sacrificare la propria figlia ad un uomo ultrasettantenne,
ricco e potente, diciamo che il fenomeno certo non ci è nuovo, se solo lo si ambienta nel giusto
contesto, in quel di Milano, e più precisamente in zona Arcore. È appena il caso di ricordare che la
pratica del sacrificio delle “vergini al drago” e del “Bunga-Bunga”, non è invalsa nell'Alto Jonio, né in
Calabria, e nemmeno nel Sud, ma nell'Italia ritenuta “avanzata” (la Lombardia). Non erano Calabresi
e neanche meridionali i genitori che incoraggiavano le proprie figlie a farsi notare nelle cene
“eleganti” di Arcore per essere scelte dall'anziano padrone di casa.
Il film affronta apertamente la tematica della discriminazione degli immigrati. Ad uno degli operai
africani viene negato al bar un bicchiere di sambuca per motivi razziali. E ciò come se l'Alto Jonio
fosse la patria di gente della stessa risma di Salvini, Bossi o Borghezio, o fosse la culla di partiti razzisti e
xenofobi come la Lega Nord o Fratelli d'Italia. Mai come nelle nostre terre gli immigrati che
intendono davvero integrarsi, vi riescono in pieno, aiutati da una popolazione ospitale e accogliente
che si rivolge a loro appellandoli affettuosamente “cugini”. Bene avrebbe fatto il regista a ricordare
che, fino agli anni '90, nella sua Emilia Romagna venivano negati gli appartamenti in affitto ai
meridionali che volevano trasferirsi in quella terra assieme a tutta la famiglia. E ciò ha costretto molti
bambini del Sud a vivere lontano dalle proprie madri e dai propri padri, con un carico di sofferenza
umana di cui nessuno ancora si è fatto carico chiedendo scusa. Altro che il bicchiere di sambuca!
A ben guardare, la tematica del razzismo contro gli immigrati è stata utilizzata come diversivo per
seminarne altro ai danni dei Calabresi. Una sorta di ciò che in gergo cinematografico viene designata
come mossa Kansas City, la cui definizione è resa nel film “Slevin - Patto Criminale”: distrai il tuo
interlocutore inducendolo a guardare a destra, mentre tu vai a sinistra per colpire indisturbato,
confidando nel fatto che “non si può fare una mossa Kansas City senza un morto”. Se questo è vero, il
morto non sarà certo l'Alto Jonio, né la Calabria, né tantomeno l'intero Sud, bensì la casta di questo
colpevole paese, contro cui questa anacronistico tentativo di manipolazione sociale si ritorcerà. I
poteri forti, il Governo italiano e tutti i suoi scagnozzi disseminati nelle istituzioni locali (dal comunedi Rocca Imperiale alla Regione Calabria) sono avvertiti: i Calabresi hanno smascherato l'inganno,
perché hanno appreso sul campo la lezione della storia negata e coperta dal segreto di Stato, hanno
riscoperto il proprio valore e quell'orgoglio di essere sé stessi che li ha accompagnati per secoli (dai
Greci ai Romani, dai Normanni ai Borbone), e proprio per questo mai e poi mai si lasceranno
uccidere dalle menzogne e dagli oltraggi di chi vuole sottometterli di nuovo.
In conclusione, si chiede al presidente Roberto Fico di sottoporre la questione alla Commissione
parlamentare di vigilanza RAI perché prenda atto dei contenuti discriminatori e sessisti della Fiction
RAI di Pupi Avati e affinché siano assunti i dovuti provvedimenti. Si preannuncia l'esposto
all'AGCOM per sollecitare sanzioni nei confronti dei responsabili di questa campagna discriminatoria.
In attesa di una sua gentile risposta, la ringraziamo della cortese attenzione e porgiamo cordiali saluti.
Le addette stampa incaricate
Giovanna De Vita (Meetup Trebisacce in MoVimento)
Dalila Di Lazzaro (attivista M5S Rocca Imperiale)
Meetup Trebisacce in MoVimento
Attivisti M5S Rocca Imperiale
Attivisti M5S Amendolara
Attivisti M5S Villapiana
Attivisti M5S Canna
Attivisti M5S Montegiordano
Attivisti M5S Roseto Capo Spulico

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